Postato da il Mar 10, 2016 in Omeopatia | Commenti

Eppur guarisce!

Omeopatia e metodo sperimentale

Fernando Piterà – Medico Chirurgo, Docente di Omeopatia, Fitoterapia e Bioterapie, Corso di perfezionamento in medicine non convenzionali e tecniche complementari, Università di Milano

Gli uomini hanno per natura più paura della verità che della morte (S. Kirkegaard)

 

Il Dottor Mario Pagano di Acireale, uno dei più illuminati e preparati maestri di Omeopatia, dal quale ho avuto il privilegio di apprendere molto di quello che oggi è il mio bagaglio di conoscenza in medicina omeopatica, durante le sue lezioni soleva dire: «L’Omeopatia non è una medicina alternativa, ne un’alternativa alla medicina: è il campo di passaggio tra la medicina chimica e la medicina fisica».
Parole queste che condensano una conoscenza profonda e un sapere equilibrato dei due metodi scientifici, una chiara consapevolezza di entrambe le possibilità terapeutiche che non si annientano a vicenda ma si delimitano in distinti campi di azione e competenze. Tutto ciò richiede non solo una mente aperta e libera da pregiudizi, ma implica la capacità di esaminare e riesaminare il proprio sapere senza smarrirsi. A questo punto il giudizio e il termine di paragone dei due metodi conosciuti esercitati con eguale bravura assume molto più valore dell’opinione pregiudizievole di altri colleghi, i quali, ignorando l’Omeopatia e le leggi terapeutiche che la governano, possono esprimere solo i già scontati e beceri pareri, senza aver mai avuto alcun mezzo di confronto. Infatti, è proprio nella conoscenza e nella padronanza degli strumenti offerti dalla medicina ufficiale che il medico omeopata può trovare il più valido mezzo di verifica, di confronto e di giudizio del valore della medicina che esercita. Se così non fosse, l’applicazione di un qualsiasi metodo terapeutico sarebbe soltanto un atto inconsapevole e irresponsabile. Nel curare una qualsiasi forma morbosa il medico deve sempre chiedersi quale metodo terapeutico abbia mai dato i risultati più apprezzabili, più attendibili e più duraturi nel trattamento di una data patologia e comportarsi di conseguenza.
Se è auspicabile che la ricerca e il mantenimento dello stato di salute o di benessere da parte dell’uomo non debba essere necessariamente relegata entro i limiti dello scibile accreditato alla medicina accademica, se è vero che il trattamento omeopatico permette solitamente di curare e guarire in maniera dolce e duratura molte malattie, è altrettanto vero che nulla è più fallimentare di un dogmatismo sterile e schematico o, ancora peggio, di un fanatismo settario che impone l’uso di un solo sistema terapeutico escludendo a priori altre terapie, quando queste risultano essere necessarie. La posta in gioco può essere molto alta sia per il medico che per il paziente; la perdita dell’equilibrio professionale in entrambi i casi può essere fonte di errori e disastri.

Un medico, prima di imboccare la via della Omeopatia, che per molti aspetti è ben più lunga e impegnativa della medicina accademica, dovrebbe avere una ineccepibile preparazione professionale ed un’ esperienza pluriennale in medicina classica e poi compiere il difficile percorso di studio e confronto.
Ma domandiamoci serenamente quale medico, già saturo di problemi, assillato e sopraffatto dalle mille responsabilità quotidiane, con la mente cristallizzata nel nozionismo convenzionale e relegata nell’ortodossia imperante, intrappolato nello scientismo dogmatico, inconsapevolmente addomesticato ad adorare protocolli terapeutici ed emergenti miti di tecnologia dicotomizzante, indottrinato a puntino dalla letteratura scientifica delle multinazionali del farmaco; quale medico, dicevo, pur di fronte alla rivelazione di un nuovo metodo di cura, potrebbe ridiscutere se stesso, il proprio operato e ricominciare a studiare con profitto una nuova scienza terapeutica che richiede altrettanti anni di studio e di applicazione, scartando la sicurezza della propria routine professionale e i benefici della posizione faticosamente raggiunta per ricominciare tutto da capo? Un’accettazione di questo tipo, una “conversione” in tal senso, significherebbe inoltre aderire a una pratica che è ancora biasimata e appena tollerata dal pensiero accademico ed esporsi a nuove responsabilità nella propria “missione” o “passione” quotidiana. Eppure a molti dei più grandi medici nella storia della Omeopatia è successo proprio così: quando ormai avevano raggiunto alte mete professionali nella medicina ortodossa, essi rinunciarono, nel pieno della loro carriera, agli agi e alle sicurezze, sfidando le critiche dei colleghi increduli, per seguire gli imperativi della loro coscienza. Solo crisi di coscienza? Macché! Semmai crisi di conoscenza dovuta al confronto. Non credo esista un solo caso, nella storia dell’Omeopatia, di una qualsiasi persona che si sia affidata o convertita all’Omeopatia per “fede scientifica”. L’Omeopatia ha resistito e resiste da oltre 200 anni a mode e stili cangianti, sia in medicina che in cultura. Tutti, medici e pazienti che hanno creduto o si sono convertiti all’omeopatia, lo hanno fatto in seguito alla propria guarigione o a quella dei propri familiari, degli amici o del proprio cane; oppure sono ricorsi ad essa per trovare sollievo dai propri mali solo quando le cure della medicina accademica avevano miseramente fallito il loro compito. E non mi si venga a dire che gli ormai noti Silvio Garattini e Piero Angela, o l’oppositore di turno della Omeopatia, un tale Stefano Cagliano, e ahimè, ultimamente anche il Nobel per la Medicina Rita Levi Montalcini, da qualche parte hanno più volte detto e scritto che L’Omeopatia è solo acqua fresca!
Dirò quindi subito che un altro autorevole e duplice Premio Nobel la pensava esattamente al contrario! Mi riferisco a Madame Curie (Marie Curie), scopritrice del Polonio, del Radium e della curiterapia (o radiumterapia); unica donna nella storia del pensiero scientifico occidentale insignita due volte del Nobel: uno per la Fisica (1903) e uno per la Chimica (1911). Ebbene, Madame Curie era una convinta assertrice e praticante dell’Omeopatia, così come il suo sposo e collaboratore Pierre, anch’egli premio Nobel per la Fisica, e come suo nonno, il quale addirittura fu uno dei pionieri che portarono l’Omeopatia in Inghilterra. Prima tra le donne a salire su una cattedra alla Sorbona, Marie Curie non è stata soltanto l’unica donna ad aver ricevuto una cattedra in Fisica alla Sorbona, ma è anche la prima donna ad essere stata trasportata, dopo la sua morte, nel Pantheon di Parigi, dove riposa accanto a Voltaire e Victor Hugo.

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